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Nelle
campagne di Cassibile si è ripetuto il copione degli ultimi
anni: lavoratori immigrati sfruttati,
sottopagati, senza diritti, costretti a vivere in condizioni
miserabili, stretti tra il potere dei caporali
al soldo di alcune aziende agricole e l’intolleranza di una
parte della popolazione

Anche quest’anno i campi agricoli di Cassibile sono riusciti a
portare avanti le proprie produzioni, in particolare quella
della patata. Anche quest’anno a permettere tale risultato,
economicamente fondamentale per la piccola frazione rurale
siracusana, sono stati i lavoratori immigrati, gli stagionali
con-tro la cui presenza si protesta, si urla, si passa a
pericolose vie di fatto, ma senza i quali tutto il comparto
agricolo andrebbe in crisi irreversibile. L’ondata xenofoba che
attraversa l’Europa trova in questo angolo di Sicilia una delle
sue emblematiche espressioni. Fino a quando gli immigrati,
regolari o irregolari, lavorano come dannati, quasi sempre senza
tutele contrattuali, rimanendo invisibili e lontani dal centro
della frazione, nessuno si lamenta. Ma, se “si permettono” di
diventare visibili, magari passeggiando nella piazza o nelle vie
centrali per recarsi a prendere l’acqua o ad acquistare del
cibo, allora ecco che scatta il “fastidio”, la “richiesta di
sicurezza”. La stagione di raccolta della patata è giunta al
termine ed è tempo di fare bilanci su come è stato gestito,
quest’anno, il consueto flusso di circa 300-400 stagionali che
hanno raggiunto Cassibile per lavorare nei campi. Rispetto al
passato nulla è cambiato! O quasi. Le immagini e le questioni
sono sempre le stesse: lavoratori sfruttati, costretti a dormire
all’aperto nei campi del marchese, sotto gli alberi, in
condizioni igieniche precarie, privi di acqua e di servizi
essenziali, emarginati rispetto alla vita quotidiana di un
centro che tira avanti grazie al sudore ed alla fatica di nuovi
schiavi abban-donati al proprio destino, stretti tra il loro
bisogno e il potere dei caporali. L’unica differenza con gli
anni prece-denti risiede nel maggiore silenzio in cui gli
stagionali si sono chiusi, un si-lenzio che ha una ragione
precisa: il clima nei confronti di questi lavoratori è divenuto
ancor più pesante a causa di una campagna propagandistica che
fomenta sentimenti di odio e di paura. Un clima costruito ad
arte con il contributo valido di alcuni rappresentanti
istituzionali originari di Cassibile, vogliosi di emulare i
leghisti del Nord. In testa a questo gruppetto, abbiamo i
consiglieri comunali Casella e Romano, quindi il presidente del
consiglio di quartiere Trimarchi che, in pieno stile apartheid,
aveva tempo addietro protestato per la presenza degli stranieri
sugli autobus di collegamento tra Cassibile e Siracusa,
accusando gli immigrati di “rubare” i posti agli studenti. I
tre, già in occasione di un consi-glio comunale dedicato
appositamen-te all’argomento nel mese di febbraio, si misero in
evidenza per l’assurdità dei dati offerti alla pubblica
assemblea, utilizzando rozze associazioni tra l’immigrazione e
la delinquenza, le malattie, il disordine pubblico, la
sporcizia, in perfetta sintonia con un clima razzista diffuso
nel Paese e con un’opinione pubblica che non vive le cose
direttamente ma in maniera me-diata. Dati che parlavano di circa
duemila stagionali presenti a Cassibile, di malattie “etniche”
minacciose per la cittadinanza ed altre falsità, mirate
addirittura a dar la colpa ai lavoratori della situazione di
degrado e di sfruttamento in cui versano ed a nasconde-re
totalmente le responsabilità di quelle aziende agricole che non
rispettano le regole. Una posizione, dispiace notarlo, in parte
sostenuta anche dai rappresen-tanti di due associazioni di
categoria - Cia e Coldiretti - che negarono l’esistenza di
condizioni di illegalità tra le imprese siracusane. Per
fortu-na, la portavoce dell’Asl in quella sede smentì con dati
pubblici e reali le dimensioni del fenomeno, sia in termini
numerici sia in termini di situazione sanitaria, asserendo che
non esistono malattie “etniche” ma solo situazioni igieniche
difficili, legate alle condizioni in cui i lavoratori stagionali
sono costretti a vivere. A quel consiglio comunale seguì un
incontro in Prefettura, altrettanto inutile e infruttuoso,
dopodiché sul caso Cassibile è calato il silenzio, quel silenzio
provvidenziale e salvifico per chi brama un esercito di
invisibili da trasformare in manodopera a basso costo e a zero
diritti. Così i caporali, al soldo di imprenditori senza
scrupoli, hanno potuto continuare indisturbati l’opera di
reclutamento dei lavoratori immigrati, quest’anno circa 350,
sempre più soli, sempre più sfruttati e con la paura di parlare,
di raccontare, perché spaventati dall’occhio vigile dei
caporali, pronti a negare il lavoro a chiunque racconti,
denunci, parli.
Ecco
perché quest’anno il silenzio è ancora più sordo, più profondo.
Gli immigrati impiegati nei campi e costretti a vivere sotto gli
alberi hanno deciso di restare isolati, di non entrare troppo a
contatto con una popolazione sempre più ostile, di tirarsi fuori
da un clima che li opprime e li schiaccia. E dire che basterebbe
uno sciopero di cinque giorni di tutti i lavoratori immigrati
delle campagne per mettere in ginocchio l’economia di questa
zona agricola. Peccato però che, chi vive in un paese straniero
e ha bisogno di soldi da mandare a casa, non possa permettersi
nemmeno un giorno senza lavoro. Ed è su questo che i “nuovi
padroni” fanno leva, sguazzando perfettamente nella palude di
una situazione che la politica non sa o non vuole strappare alla
logica dell’emergenza. A Cassibile le cose “non devono”
cambiare.
Massimiliano
Perna
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