Polveri sottili nell’aria e pruvulazzu nelle comunicazioni ufficiali.

 

A differenza di quanto accade nei vicini comuni di Priolo, Melilli e Augusta, la soglia di attenzione della città di Siracusa rispetto all’inquinamento industriale è molto bassa. Sia da parte delle istituzioni che da una parte consistente di cittadini. Come se la vicinanza di uno dei più grandi e inquinanti poli industriali italiani non ci riguardasse o, comunque, ci “toccasse” poco. Così come si continua a minimizzare il problema dell’inquinamento da traffico urbano, ignorando gli allarmi lanciati da molti medici. Eppure anche quest’anno sono state parecchie – sembra non meno di 170 – le giornate in cui a Siracusa la concentrazione di PM10 nell’aria ha superato i limiti di precauzione consentiti dalla normativa. I PM10 sono le famigerate polveri sottili, molto pericolose per i nostri polmoni, causate dall’inquinamento industriale e automobilistico. Il mal d’aria di Siracusa – come lo ha definito Legambiente – dovrebbe essere spiegato più chiaramente alla popolazione. Invece gli organismi competenti, per lo più non rendono pubblici i dati ufficiali con la dovuta immediatezza. E questa scarsa comunicazione certo non aiuta i cittadini a prendere consapevolezza dei reali rischi che corre la loro salute. A tale riguardo lascia a desiderare anche l’atteggiamento del sindaco Visentin, analogamente a chi lo ha preceduto. Il sindaco è la massima autorità cittadina in materia sanitaria e quindi deve pretendere che le industrie gli comunichino per tempo eventuali attività che possano generare fenomeni d’inquinamento (art. 271, comma 14 T.U. ambiente). Ed eventualmente, in caso di violazione delle norme di precauzione e informazione, deve adottare o chiedere alle altre amministrazioni competenti (Regione e Provincia) l’adozione di quei provvedimenti previsti dalla legge per salvaguardare la salute dei cittadini (art. 279 T.U. ambiente). Dal canto loro le industrie, oltre a rispettare tutte le prescrizioni imposte dalla normativa nazionale e regionale, devono attenersi ai protocolli d’intervento previsti dal decreto in allegato, che prevede tre livelli con relative prescrizioni per ogni impianto della zona industriale.

 

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