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Il capitalismo - così com’è stato praticato – è un’aberrazione
dello sviluppo umano, finanziariamente vantaggiosa (per pochi
ndr), ma non sostenibile. Il cosiddetto “capitalismo
industriale” non si conforma pienamente ai suoi stessi principi
contabili. Esso liquida i propri capitali e chiama questo tipo
di entrate redditi: trascura di assegnare un valore economico ai
maggiori cespiti che utilizza, e cioè le risorse naturali e i
sistemi viventi, nonché i sistemi sociali e culturali che
costituiscono la base del capitale umano – Così scriveva Paul
Hawken nel suo profetico libro Natural Capitalism, nel 1999. Se
ci si volesse cimentare in tale impresa, assegnare un valore
economico alle risorse naturali, che prezzo potremmo dare, per
esempio, alla produzione di ossigeno da parte delle piante? La
specie umana ha ereditato un patrimonio naturale accumulato in
3,8 miliardi di anni; dalla metà del 18° secolo ad oggi l’era
industriale ha danneggiato l’ambiente più di quanto abbia fatto
in tutti i secoli precedenti. Che lo si voglia o no quell’era è
finita, un modello di sviluppo in cui ha contato solo la
ricchezza materiale ha chiuso il suo corso. Se l’umanità vorrà
perseguire il benessere e la felicità dovrà ricorrere ad un
paradigma diverso. Affidare alle stesse categorie economiche (il
governo tecnico!)* che hanno prodotto la crisi la sua soluzione,
è quanto meno bizzarro; d’altra parte la politica si è
dimostrata incapace di produrre una qualsiasi risposta decente:
a meno che non si voglia credere che la felicità si persegue coi
sacrifici. D’altra parte, se l’unico indicatore di benessere
accreditato è il prodotto interno lordo (PIL), non può non
succedere che l’economia (globale) prevalga sulla politica
coniugata, per giunta, su scala nazionale. Sacrifici per non
andare in fallimento, si sentenzia, quando è evidente che è il
sistema nel suo complesso che ha già fallito. Ma i segnali che
arrivano da ogni parte della voglia vera di cambiamento non
parlano chiaramente? Al mondo servono strumenti del tutto nuovi
se si deve rinascere. I valori alternativi non possono che
fondarsi sull’impegno a ridurre al massimo lo spreco di
risorse, a cominciare proprio dal territorio e dal
paesaggio, beni non riproducibili né mercificabili,
fondamentali per dare un senso alla nostra stessa
identità di specie. E’ già successo molte volte nella
storia: quando uno strumento, utile come la moneta per la
regolazione degli scambi mercantili, assume valore di bene
(fittizio) è successo inevitabilmente che, alla fine, solo i
possessori di beni (reali) sono rimasti indifferenti alla
crescita dei prezzi e alla stampa di altra carta moneta, a quel
punto buona solo per accendere il fuoco del camino. Il
sostantivo “risorsa” ha senso solo se seguito dall’aggettivo
naturale. E cosa c’è di più naturale della terra (o meglio del
suolo) così com’è, dei suoi frutti e dalla sua bellezza? Chi
avesse la curiosità di andarsi a guardare quali sono le sette
meraviglie del mondo - aggiornate - constaterà che la bellezza è
rappresentata quasi esclusivamente da elementi naturali intatti.
Invece è proprio a questi elementi che sono stati prodotti i
maggiori danni da parte del genere umano in nome della
privatizzazione. Ne costituisce esempio, locale e globale, la
nostra costa: cancelli che impediscono l’accesso al mare,
villaggi turistici (esistenti e previsti) e corpi militari
destinatari di concessioni particolari (di solito relativi ai
siti più belli) un’infinità di abitazioni private (villette le
chiamano) sorte in gran parte abusivamente, stabilimenti
balneari (esistenti e previsti) a pagamento; occupata la costa
adesso si prova a edificare sul mare, negato a tutti perché con(ac)quistato
da pochi ricchi. Salviamo il paesaggio, difendiamo il territorio
rappresenta un imperativo per tutti coloro che guardano ad un
futuro (realmente) sostenibile, il che vuol dire, semplicemente,
gestire il patrimonio naturale lucrando sugli interessi e
lasciarlo integro o, meglio ancora, reintegrarlo. “…cercare e
saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è
inferno, e farlo durare, e dargli spazio” - così Italo Calvino
ne Le città invisibili, pubblicato quarant’anni fa. Sergio
Calleri
*da wikipedia: il termine governo (dal verbo latino
gubernare, “reggere il timone”, a sua volta
derivato dal greco antico κυβερνάω) è utilizzato
nel linguaggio giuridico e politologico con vari
significati. In un senso molto ampio il governo è
l’insieme dei soggetti che in uno stato detengono
il potere politico.
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