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I poveri erano così poveri che presero la loro fame, la misero
in bottiglia e andarono a vendersela. Se la comprarono i ricchi.
I ricchi che nella vita avevano mangiato tutto, dal caviale
ripieno all’ossobucodiculodicane allo spiedo, e volevano
conoscere anche il sapore della fame dei miseri. Per un po’ quei
poveretti tirarono avanti, ma poi tornarono a essere poveri come
prima. Allora imbottigliarono la loro sete e andarono a
vendersela. Se la comprarono i ricchi che nella vita avevano
bevuto tutto, dal Brunello al Tavernello ma non avevano ancora
assaggiato la sete dei miseri. Ancora un po’ i poveri tirarono
avanti, ma poco tempo più tardi tornarono nella povertà. Allora
presero la loro rabbia la misero in bottiglia e andarono a
vendersela. Se la comprarono i ricchi. I ricchi che nella vita
si erano sentiti indispettiti, che avevano avuto un po’ di
rodimento di culo, ma la rabbia vera non l’avevano mai provata.
Così se la comprarono dai poveri che ce n’avevano tanta. I
poveri tirarono avanti, ma poi vendettero anche il loro pudore,
la loro vergogna, il loro dolore. Imbottigliarono la commozione
e l’insubordinazione, la violenza e il riscatto, la rivolta e la
pietà. Col tempo le cantine dei ricchi si riempirono di
bottiglie. Accanto ai grandi vini d’annata collezionavano la
fame dei sanculotti della rivoluzione e la rabbia dei braccianti
che occupavano le terre del Meridione. Tra gli spumanti e gli
champagne trovarono posto la pazzia dei pellagrosi nelle
campagne o l’orgoglio dell’aristocrazia operaia che aveva difeso
le fabbriche dai nazisti e s’era guadagnata i diritti nelle
lotte sindacali. Tra i novelli e i passiti c’era il disgusto dei
precari e dei senza casa o la determinazione dei zapatisti che
marciarono verso Città del Messico col passamontagna. Dopo
qualche generazione i poveri s’erano venduti tutto. I poveri
diventarono così poveri che presero la loro povertà, la misero
in bottiglia e andarono a vendersela. Se la comprarono i ricchi
che volevano essere così tanto ricchi da possedere anche la
miseria dei miseri. Quando i poveri restarono senza niente si
armarono. E non di coltello e forchetta, ma di pistole e fucili
perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è
un atto di violenza. Marciarono verso il palazzo. Però quando
arrivarono sotto il balcone del podestà, si fermarono e rimasero
zitti. Perché senza la rabbia e la fame, senza l’orgoglio e il
disgusto, senza cultura e coscienza di classe non si fa la
rivoluzione. Così il podestà scese in cantina, tornò con una
bottiglia e la riconsegnò al popolo. C’era imbottigliata la
libertà che avevano conquistato i loro nonni, ma che i padri
s’erano già venduta da un pezzo. Potevano farci un inno o un
partito, un circolo o una bandiera. La stapparono ma non
riuscirono a farci niente. Perché la libertà da sola non serve.
Allora il podestà si cercò in tasca e trovò una scatola di
caramelle alla menta. La consegnò al popolo. E da quel momento i
poveri furono liberi. Liberi di succhiare mentine.
Ascanio Celestini Monologo tratto dalla trasmissione
televisiva “Parla con me”
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