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Caro direttore, certo che per capire questa storia dei cassoni
della Marina mi sono dovuto prendere due bustine di Aulin. O
spiegaccillu a genti che gli oltre cento blocchi di cemento
armato, sequestrati dalla Procura del tribunale di Siracusa nel
febbraio del 2010 perché sospettati di essere stati realizzati
con calcestruzzo depotenziato, sono improvvisamente diventati
buoni, secondo quanto emerge dalle indiscrezioni sulla relazione
dei periti del giudice per le indagini preliminari che sono
state pubblicate dai quotidiani locali. E secondo lei che cosa
farà l’impresa che stava realizzando i lavori per l’allargamento
della banchina della Marina? Minimu minimu, ci dummanna
un mare di danni al Comune, e lo vuole sapere questo bel
cetriolone dove andrà a finire? Però un’idea su questa storia mi
frulla in testa e gliela voglio dire, così una risposta me la
può dare lei, che sa sempre tutto. Mi spiego: prima che la
Procura procedesse al sequestro, quei cassoni in tutta la loro
bruttezza sono rimasti al Foro Italico, cioè alla Marina, per
ben due anni. Non un giorno e nemmeno sei mesi, ma 2 anni. Ora,
io non sono un tecnico ma a scuola mi hanno spiegato che
esistono gli agenti atmosferici che, come una goccia sulla
roccia, erodono, usurano. E poi i blocchi mica sono di roccia,
ma di cemento armato, che si consuma di più. Dicono che, prima
di calarli in mare, dovevano dragare i fondali del Porto Grande;
e poi non si poteva correre il rischio, che so, di fracassare i
resti di una nave da guerra cartaginese. Ma due anni su assai!
A Marina di Ragusa ne hanno impiegato tre per realizzare il loro
porto. Vuol dire che dopo 24 mesi erano a buon punto, mentre da
noi i cassuna erunu all’acqua e o ventu. Insomma, per non
farla troppo lunga (se no, caro direttore, mi dice che sono
troppo prolisso, anche se non capisco cosa vuol dire) prendendo
per buone le indiscrezioni sulla bontà dei cassoni, i tempi si
sono allungati a dismisura al di là dell’inchiesta della
Procura, che adesso ha altre cose a cui pensare. Però voglio
ricordare quello che disse il procuratore capo Ugo Rossi nel
corso della conferenza stampa, convocata il 23 aprile 2010, per
spiegare quello che i tecnici avevano trovato. “Quasi tutti i
cassoni - affermò il magistrato - non hanno superato la prova
d’impermeabilità. I tre tecnici incaricati dalla Procura
siracusana infatti hanno rilevato la presenza di calcestruzzo
sporco, con impurità di vario tipo, tra cui legno e plastica.
Ma, soprattutto, i blocchi sono risultati permeabili all’acqua,
il che, in un periodo compreso tra cinque e dieci anni, avrebbe
portato alla corrosione degli elementi ferrosi al loro interno
provocando anche un gravissimo danno ambientale”. Minchia,
secondo i periti della Procura quei cassoni erano di scarsa
fattura mentre per i periti del Gip (due docenti del Politecnico
di Torino) sarebbero buoni. Evidentemente qualcuno ha detto
minchiate. E le minchiate a volte costano soldi, come quelli che
il Comune rischia di pagare perché l’impresa dell’ingegnere
Carmelo Misseri (nell’inchiesta giudiziaria l’unico ad essere
stato iscritto nel registro degli indagati) non se ne starà di
certo con le mani in mano. Il trasferimento dei cassoni, dopo il
sequestro, dalla Marina di Ortigia a Marina di Melilli è costato
circa 450 mila euro. Ma la ditta sostiene che, da quando ha
avviato il cantiere a oggi, avrebbe avuto complessivamente costi
per 5 milioni di euro.
Marco Bavaglio
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